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Toni Negri

5 marzo 2018

Biobliografia

Toni Negri, spirito rivoluzionario ed ex insegnante all’Ecole Normale Supérieure di Parigi, è un filosofo e uomo politico. Legato all’Italia dalla nascita e per impegno politico ed alla Francia per l’educazione e l’ esilio, ha concentrato i suoi studi su Spinoza (Spinoza subversif: variations (in)actuelles, 1994, Spinoza et nous, 2010) e Marx (Marx au-delà de Marx: cahiers du travail sur les Grundrisse, 1979), oltre ad aver lavorato in particolar modo alla traduzione della filosofia del diritto di Hegel.

In costante opposizione al capitalismo, Toni Negri ha contestato la globalizzazione nella sua forma neoliberale e ha sviluppato una sua idea di stato nella sua opera più celebre: Empire. In questo lavoro, in occasione del referendum francese sulla Costituzione europea, egli spiega la sua posizione: sfruttare l’adozione della nuova Costituzione al fine di far scomparire l’idea di Stato-nazione.

Nel 2005 (Libération, 2005) dichiara che l’Europa potrebbe diventare un garante contro l’espansione del pensiero costituito dall’ unilateralismo economico - capitalista, conservatore e reazionario - e, contemporaneamente, un contro-potere all’unitateralismo americano.

Oggi, come egli stesso ci confessava qualche mese fa in una sede parigina della Columbia University, le sue ricerche sono rivolte all’analisi dello Stato-Nazione, un concetto giudicato da lui stesso obsoleto, ma che sembra perennemente risorgere (Le Grand Continent, 2017).

 

 

Incontro

Abbiamo incontrato Toni Negri mentre sorseggiava un caffè nella sede parigina della Columbia University. Una prima impressione sui suoi gesti, sui tratti del suo viso, sul tono della sua voce, ci porta ad associarlo alla figura slanciata e complessa di un personaggio della Montagna Incantata di Leo Naphta. Ma dal momento in cui abbiamo iniziato a parlarci, si presenta a noi come una persona gentile e disponibile ad ascoltare, avvicinandosi dunque all’alter ego del personaggio di Naphta, Ludovico Settembrini.

 

Nella sua opera, Empire, lei riprende la strategia dell’accelerazione del processo di globalizzazione delle teorie di Deleuze e Guattari in modo da costruire una “contro-globalizzazione”. Ciononostante è indubbio, già per Deleuze e Guattari, che il processo di deterritorializzazione della globalizzazione si accompagna necessariamente con una “riterritorializzazione” e che, cambiando scala di studio, fa risorgere una certa forma di anarchismo (vedi: l’identità basca e irlandese, la territorialità delle città, persino Daesh). Secondo lei, è possibile separare i processi rivoluzionari dagli anarchismi?

 

Abbiamo scritto Empire nel 1995; e ci sembrava, in quel momento, che dei concetti come lo Stato-nazione fossero diventati obsoleti. Era vent’anni fa. Oggi, invece, la storia ha mostrato che una ricomparsa dei nazionalismi è possibile.

 

Nel vostro libro il concetto d’Empire è chiaramente orientato verso la distruzione dello Stato-nazione. Non crede che questa sia una storia da rivisitare?

 

In primo luogo, bisognerebbe capire cos’è lo Stato-nazione: è l’oggetto principale delle mie attuali ricerche. Bisogna riconoscere che l’effervescenza nazionale è un puro fatto, soprattutto quando è accompagnata dal populismo. Si tratta di un’evidenza politica incontestabile. Oggi infatti, la nazione ha un’esistenza reale nell’opinione pubblica.

 

Le vorremmo proporre un’analisi geopolitica di tale fenomeno. Si tratta di mostrare come il riferimento alla nazione contemporanea non sia in continuità storica con i nazionalismi passati. Le rappresentazioni geografiche del Front National non corrispondono con le rappresentazioni del nazionalismo classico francese: non si vuole “tuer le boche”, ne puntare il dito contro l’Inghilterra in quanto nemica. Possiamo però osservare in questo nuovo nazionalismo una forma di internazionalizzazione, data la condivisione delle tattiche politiche.

 

In tutte le forme di populismo si ritrova il desiderio di replicare il passato. Bisogna capire ciò che c’è di patetico in questo tentativo. Un tentativo grottesco e fallimentare. In Italia, in particolare, il lepenismo è reinterpretato oggi dalle stesse persone che, fino a pochi mesi fa, erano sostenitori di movimenti regionalisti o che giocavano con l’antitesi fra nord e sud. Questo dovrebbe rendere chiaro il grado di inaffidabilità delle loro posizioni, e farci capire realmente quale sia la loro capacità di cambiare o incarnare le idee in un rappresentante di riferimento.

5 marzo 2018

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