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© Groupe d'études géopolitiques, janvier 2018.

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Biobliografia

Thomas Piketty è un economista francese, internazionalmente riconosciuto grazie al suo libro Il Capitale del XXIo secolo. E’ stato premiato, nel 2002, come migliore giovane economista di Francia; ed è stato selezionato, nel 2012, tra i cento intellettuali più influenti al mondo dalla rivista Foreign Policy. I suoi studi, che hanno suscitato un dibattito vivace sulla distribuzione della ricchezza e sulla natura del capitale, si focalizzano soprattutto sul problema delle ineguaglianze economiche, e vanno a contraddire il pensiero ortodosso sviluppato da Kuznets negli anni Cinquanta (cf: Economic Growth and Income Inequality).

 

Europeista convinto – dato che è l’Europa per la quale si vuole impegnare ed è l’Europa che lo fa sentire al suo posto (Libération, 2017), ha pubblicato, nel 2017, il Traité de démocratisation de la gouvernance de la zone euro (T-DEM), con la collaborazione di Stéphanie Hennette, Guillaume Sacriste e Antoine Vauchez. Quest’opera può essere vista come il vertice del dibattito che ruota sul ruolo dei meccanismi democratici delle istituzioni europee, giudicate perlopiù come tecniche ed opache. Piketty tenta invece di convincere i cittadini europei che siffatto dibattito – avente per oggetto, dunque, l’Europa – è nelle loro mani (Libération, 2017).

 

Thomas Piketty

19 aprile 2018

Incotro

Lo abbiamo incontrato nel suo ufficio, dove, accettando di esprimersi a proposito delle elezioni tedesche, ci offre un primo scorcio della sua idea d’Europa. Ritorna sulle grandi sfide di questa campagna elettorale: le debolezze del SPD, la necessità di una geografia economica europea o ancora l’idea di un’assemblea della zona euro.

 

Groupe d’études géopolitiques: la campagna elettorale tedesca ha presentato la sorprendente caratteristica di non avere fatto emergere i problemi legati alla politica interna. In particolare il problema delle disuguaglianze sociali, sfruttato tra gli altri dal partito socialdemocratico di Schultz non sembra essere stato accompagnato da una dinamica elettorale favorevole, se si fa affidamento sui sondaggi. Come spiega che malgrado l’aumento delle disuguaglianze salariali e gli effetti nocivi delle riforme Hartz, il problema delle disuguaglianze non riesca a diventare una realtà politica in Germania ?

 

Thomas Piketty: non sono del tutto sicuro che il tema delle diseguaglianze non investa la realtà politica tedesca. Accanto agli ultimi risultati elettorali deludenti dell’SPD c’è la capacità di un altro partito di sinistra, Die Linke, di raccogliere una parte abbastanza importante di consenso, grazie, in particolare, all’insistenza sul tema delle disuguaglianze. Se si facesse un’addizione tra i voti dei due partiti a sinistra, si vedrebbe come questi temi rivestono un peso politico sostanziale.

 

Crede che ci sia un difetto strategico nella linea politica dei socialdemocratici SPD?

 

Due partiti che governano insieme si presentano alle elezioni come avversari. Il partito socialdemocratico ha deciso di governare con il partito di Merkel (CDU), riducendo quindi di molto lo scarto programmatico che aveva con la CDU, almeno nella percezione dell’elettorato. Al contempo l’esperienza di governo comune ha allargato lo scarto programmatico con i partiti d’opposizione come Die Linke. Si tratta di una scelta politica. Non si tratta per forza di una cattiva scelta, ma di una scelta che, per il momento, non sembra condurre al potere i socialdemocratici SPD.

 

Il problema quindi per lei consiste nel capire fino a che punto la socialdemocrazia può seguire l’esperienza di governo di larghe intese con i conservatori CDU senza essere aspirati dalla linea politica dei conservatori…

 

Esatto. Martin Schulz ha parlato delle diseguaglianze durante la campagna. Però su molti temi, la linea seguita da Schulz o Sigmar Gabriel è rimasta estremamente vicina a quella della CDU. Mi ricordo di un dibattito con Sigmar Gabriel a Berlino nel 2014. Dal mio punto di vista era terrificante constatare fino a che punto la sinistra tedesca era conservatrice sulle misure economiche, di bilancio, sulle diseguaglianze economiche e, forse ancora di più, sulle politiche europee.

 

Che spiegazione dà a questa tendenza conservatrice nel posizionamento politico della sinistra tedesca?

 

Mi sembra che la posizione politica della sinistra tedesca sia il prodotto di un’incomprensione storica. Subito dopo la riunificazione in Germania si era diffusa la paura di un rallentamento dell’economia, della perdita di produttività dell’industria tedesca attorno al 2000. A questa paura ha risposto la volontà di creare un periodo di stagnazione dei salari per cercare di fare guadagnare al paese competitività. Al contempo l’entrata dei Paesi dell’Europa dell’Est nell’Unione Europea ha permesso alle imprese tedesche di integrare progressivamente i loro sistemi produttivi attraverso siti di produzione in Ungheria, in Repubblica Ceca, in Polonia. Il paese ha quindi conosciuto un boom industriale ed economico senza precedenti. Questa tendenza si nota in modo spettacolare quando si osserva l’evoluzione del peso delle importazioni e delle esportazioni nella struttura del PIL tedesco tra il 2000 e il 2015, comparando questa tendenza con la Francia e gli Stati Uniti.

 

La Francia è più o meno stabile nella sua parte di import-export, la Germania passa da 30% al 40 - 45%.

 

Ma quindi il successo tedesco secondo lei deve molto di più a questa nuova geografia economica che alle politiche economiche intraprese dal paese?

 

Sì, esattamente. Quest’evoluzione senza precedenti deve quasi tutto alla nuova geografia economica e industriale dell’Europa centrale. Le riforme del mercato del lavoro Hartz non mi sembrano avere avuto un impatto apprezzabile sull’industria, ma soltanto su di un certo tipo di creazione di impiego nei servizi. Le riforme Hartz, ad essere sincero, sono soltanto degli elementi di secondo ordine per spiegare la forza del modello industriale tedesco che deve una parte del suo successo anche al coinvolgimento molto forte dei salariati nelle strategie dell’impresa, molto più forte che in Francia. Un sistema educativo a volte criticato per l’insistenza sulla professionalizzazione, ma che riesce alla fine a contribuire all’efficacia produttiva del modello industriale tedesco.

 

Insomma l’insieme di questi fattori ha rivelato la grande paura dell’anno 2000 come una paura inutile?

 

Voilà. La Germania si stava in realtà preparando a trarre un beneficio immenso dall’integrazione dei nuovi paesi dell’Est nell’Unione Europea, il che costituisce naturalmente un’ottima notizia. Purtroppo, però, si è sviluppato nel frattempo in Germania, e soprattutto in seguito alla crisi 2007-2008, un discorso, una musichetta che riecheggia ahimè anche presso Schulz e in seno alla SPD tedesca, e non solamente presso la CDU, che qualificherei come donatrice di lezioni per quanto riguarda il parlare troppo di nazionalismo.

 

Come caratterizzerebbe questo discorso?

 

È un’aria, una tendenza un po’ paternalista e professorale che dimentica le complessità della nuova realtà geografica industriale europea e che consiste a dire alla Spagna, all’Italia e alla Francia, al resto dell’Europa insomma, “fate come noi e tutto andrà bene, se avete dei problemi oggi in Europa è soltanto perché non avete avuto il coraggio di fare le riforme del mercato del lavoro”. Si tratta di un discorso che può anche avere un senso per certi versi — si può davvero imparare molto dal modello industriale tedesco, in particolare dai sindacati. Ma spesso si tratta di un discorso che sconfina  nell’irrazionalità pura e semplice. Il messaggio inviato all’Europa del Sud, in particolare alla Grecia, ha degli accenti quasi punitivi che rendono il lavoro collettivo quasi inefficace. Su tutti questi temi c’è una vera e propria responsabilità delle élites politiche tedesche e tra di loro, purtroppo, il partito socialdemocratico mi sembra portare una responsabilità particolarmente pesante.

 

Con un altro discorso politico i socialdemocratici avrebbero più successo secondo lei?

 

Si potrebbe certo dire che i suoi risultati avrebbero potuto essere ancora peggiori. In ogni caso penso che si possa ormai concludere che adagiandosi interamente sul discorso economico europeo dei conservatori non è una strada che permette di ottenere dei risultati elettorali davvero accettabili. Soprattutto mi dispiace che né Schulz né gli altri responsabili socialdemocratici né, ovviamente, la CDU abbiano davvero parlato delle riforme necessarie al livello del sistema di governance della zona euro, rimettendo la discussione all’indomani delle elezioni.

 

A questo proposito, Wolfgang Schäuble ha però proposto durante la campagna la costruzione di un fondo monetario europeo. Che cosa ne pensa?

 

Penso che si tratti di una proposta che esprime un netto rifiuto della democrazia europea, un rifiuto molto inquietante di costruire una vera e propria unità politica democratica attraverso la creazione di un’assemblea della zona euro che voti un bilancio.

 

Come definire la differenza tra i due organismi?

 

La differenza tra un’assemblea parlamentare che vota un bilancio e un fondo monetario è in fondo molto semplice da capire. Un fondo monetario è retto come un consiglio d’amministrazione e non da un’assemblea democratica. Attorno al tavolo del consiglio d’amministrazione siedono i capi dei governi. Se questa è la visione che Schauble e un certo numero di responsabili politici tedeschi hanno del futuro dell’Europa, non posso che notare una regressione intellettuale e politica rispetto ai valori democratici fondati sulla deliberazione pubblica delle coalizioni maggioritarie al di là delle appartenenze nazionali. Per definizione nel consiglio di amministrazione di un fondo monetario europeo, come nel consiglio di amministrazione del Fondo Monetario Internazionale, ogni paese difende quelli che crede essere i suoi propri interessi. Una persona difende 82 milioni di tedeschi, un’altra 66 milioni di francesi, la stanza è chiusa. L’avvenire dell’Europa non può risiedere in un’opacità decisionale ancora più accresciuta. Il paragone con il FMI è davvero inquietante soprattutto perché il fondo monetario internazionale raccoglie tutti i paesi del mondo, ma non tutti i paesi del mondo si sono lanciati in un progetto di unione monetaria. L’idea che si potrebbe fare funzionare un’unione monetaria mondiale disponendo soltanto di un fondo monetario è una pura follia!

 

Ci vede un controsenso politico ed economico?

 

Un modello fondato sull’opacità dei consigli di amministrazione con un ministro dell’economia che rappresenta un paese è non solamente insoddisfacente dal punto di vista democratico europeo di deliberazione pubblica, di pluralità di opinioni, di deliberazione al di là delle appartenenze nazionali, ma allo stesso modo non è funzionale. Non funziona perché le democrazie parlamentari nazionali non sono pronte a rendere le armi, a dare le dimissioni. Le tasse e il bilancio pubblico continueranno ad essere votati dal Bundestag tedesco e dall’Assemblée Nationale francese. Di conseguenza, il fondo monetario europeo non condurrà all’armonizzazione fiscale di cui abbiamo bisogno, non condurrà mai ad una tassa comune sulle società. Aggiungeremo degli strati superiori di vincoli, la carota e il bastone sulle legislazioni nazionali. In realtà si tratta dell’ultima tappa dell’aggiramento della democrazia.

 

Che pensa a tal proposito delle proposte francesi di Macron?

 

Le così dette proposte di Macron sono soltanto delle apparenze. Un ministro delle finanze europee o un fondo monetario europeo sono delle proposte vuote e antidemocratiche. Con un ministro delle finanze europee chi voterà i bilanci ? Si può chiamarlo come si vuole, ministro delle finanze, presidente dell’Eurogruppo o commissario delegato alla zona euro, non cambia niente. La sola cosa che conta è sapere chi decide il bilancio. Sia nella visione di Schauble che in quella di Macron si trova, fondamentalmente, un consenso di fondo per mantenere l’Eurogruppo dei ministri delle finanze nel suo ruolo di istanza decisionale suprema. Che questa prenda la forma di un consiglio di amministrazione del fondo monetario europeo o dell’Eurogruppo come esiste oggi o come lo immagina Macron non cambia nulla. Non sono contro Scäuble o Macron, semplicemente noto che i governi francesi e tedeschi sono in una specie di inerzia dell’intergovernamentale, più preoccupati di mantenere nelle proprie funzioni rispettive un diritto di veto nelle negoziazioni.

 

Come crede che sia possibile sormontare questa impasse?

 

Bisognerebbe che i parlamenti nazionali, le loro opinioni pubbliche europee, le società civili, prendessero l’iniziativa per contare di più in questo dibattito. Non si può pretendere da parte dei ministri dell’economia o dei governi nazionali che si ridimensionino per sbloccare la democrazia europea. Non funzionerà mai in questo modo. L’elezione a suffragio universale del parlamento europeo è stata prodotta nel 1979 da una domanda dei parlamentari europei che erano a loro volta l’emanazione di parlamenti nazionali. Abbiamo bisogno oggi di un movimento che diventi più ampio nella società civile, nei parlamentari… Non vedo questo movimento all’orizzonte e questa campagna elettorale tedesca è stata da questo punto di vista, molto deludente. Ciò detto la natura ha orrore del vuoto e si tratterà di inventare in presa diretta delle soluzioni, magari potremmo avere delle buone sorprese.

 

Il che ci conduce all’ultima domanda. Lei ha molto insistito sul ruolo della nuova geografia europea nella costruzione della dimensione continentale tedesca. Nei nostri lavori mettiamo spesso in primo piano l’idea che la costruzione europea si sia fatta attorno ad un impensato geopolitico, un difetto sostanziale di articolazione tra le diverse scale geografiche, tra le istanze che decidono e che finisce per produrre delle crisi sintomatiche e ricorrenti — come pensa che si potrebbe introdurre une considerazione compiuta della nuova geografia europea in una prospettiva democratica e nell’ordine dell’integrazione europea ?

 

Penso che per un tempo abbastanza lungo ancora ci sarà una certa dissociazione tra l’integrazione economica e geografica e i progressi dell’integrazione politica. Siamo appena agli inizi dell’elaborazione di uno spazio europeo di deliberazione democratica. E credo che progrediremo soltanto a condizione di accettare una cosa che abbiamo rifiutato finora cioè che l’integrazione economica e politica non potranno essere costituite da un solo e stesso processo che avanzi allo stesso ritmo per tutti. Bisogna invece accettare che la maggior parte dei paesi abbiano delle istituzioni democratiche proprie il cui obiettivo sia evidentemente che esse possano estendere e raggrupparsi tracciando un grande cerchio che si estenda fino all’est europeo. L’illusione dell’integrazione finale attraverso il mercato comune, attraverso l’economia, il carbone, l'acciaio, è un mito che ci nuoce. Non è attraverso l’economia che gli Europei arriveranno al punto di farsi fiducia mutevolmente al punto di poter prendere insieme delle decisioni e di arrivare ad un processo di deliberazione maggioritario. Ma  è proprio perché si tratta di un processo lungo che bisogna cominciare al più presto, concentrandoci su degli oggetti che permetteranno di avanzare, come la fiscalità e opponendosi alle logiche dell’intergovernamentale.

 

 

19 aprile 2018

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